giovedì 25 giugno 2015

Arance

Puglia.

San Foca (LE).

1999.

Giugno torrido.

Io ero seduto su un gradino. Avevo 17 anni.

Accanto a me c'era un bambino che se non ricordo male era albanese o kossovaro. Avrà avuto, oddio, credo 4-5 anni.

Ogni giorno, per una settimana, ci sedevamo lì e io gli sbucciavo un'arancia.

Mentre lo facevo mi guardava con gli occhi grandi, pieni di trepidazione. Si pregustava quel frutto bello fresco.

Io non ho mai saputo se nel barcone che lo aveva portato sulle coste italiane insieme ad altre migliaia di profughi si erano imbarcati anche i suoi genitori o se qualcun altro si era preso cura di lui. E non sapevo nemmeno cosa quegli occhi avessero visto dato che in quel periodo la guerra stava devastando i balcani.

Eravamo due mondi opposti nella stessa mattonella di cemento.

Eppure eravamo lì, in mezzo ai militari, ai poliziotti, ad altre centianaia di profughi e a qualche altro volontario.

Lì, dentro un recinto col filo spinato che pungeva l'aria torrida e pesante di quella estate, noi avevamo il nostro momento di pace e di sorrisi.

E dopo aver sbucciato la nostra arancia dell'amicizia, lo guardavo mentre la mangiava. Mentre si metteva in bocca quelle fettone enormi che deformavano buffamente le sue guance.

Chissà dove sarà ora quel bambino che dovrebbe avere più o meno 20 anni.

Mi auguro che ce l'abbia fatta. Mi piacerebbe incontrarlo per salutarlo.
Quei giorni mi hanno davvero cambiato.
Mi hanno cambiato nel periodo giusto, quando si inizia a passare da ragazzo a uomo.

E lui sarà sempre con me.

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